Valentino Rossi sulla griglia di partenza del GP di Valencia 2011E’ stato un grande week-end per me, quello appena trascorso a Valencia. Nei prossimi giorni raccoglierò le idee e porterò a termine la mia analisi su Twitter e Moto GP, oggi non mi è stato davvero possibile. Confesso che sono un po’ stanco, ora, segno che l’età inizia a manifestare qualche spiacevole effetto collaterale. Dopo un inizio un po’ in salita (ne ho raccontato qui), la due giorni più importante di prove e di gara mi ha regalato grandi emozioni.

Io la Moto GP la seguo da sempre, da quando si chiamava semplicemente 500, come la cilindrata delle moto che usavano 20 anni fa campioni del calibro di Freddie Spencer, Ron Haslam, Randy Mamola (che ho avuto il piacere di vedere all’opera con la sua Ducati biposto), Marco Lucchinelli, Franco Uncini e troppi altri, difficili da menzionare tutti, come meriterebbero. Eppure ultimamente mi stavo un po’ staccando, forse perché questo mondo iniziava a sembrarmi troppo tecnologico e troppo poco umano, fatto solo di leghe speciali, altissima tecnologia e cronometri in grado di spaccare il millesimo di secondo.

Poi, solo qualche giorno fa, la scomparsa di uno tra i più umani e veri dei piloti di questo circus, ha ricordato a me e a tutti che su quei concentrati di tecnologia e di futuro ci sono persone vere, in carne e ossa e che tutti questi materiali da fantascienza sono solamente un lato della medaglia, quello più freddo, quello che non scalda i cuori. Quelli si scaldano coi colori (il rosso della Ducati, il giallo di Valentino Rossi, i colori accesi dei team e delle moto), si scaldano con le gesta dei piloti, con le loro battute, le loro invenzioni, il loro modo di essere. I cuori si scaldano con la pelle e con l’anima, non con il carbonio.

E’ questo che pensavo, domenica mattina, durante il ricordo di Marco Simoncelli, il #Sic, quello che rideva sempre e che infiammava gli animi con il suo coraggio e la sua voglia di stare davanti, sempre, anche quando proprio non ce n’era. Ed è questo che ho pensato quando ho visto le lacrime di Fausto Gresini, la sua commozione per una vittoria che il destino ha messo nelle mani di Pirro, ma che non è stata affatto e da nessun punto di vista una “vittoria di Pirro”.  E’ stata invece una grande emozione, per il team, per questo giovane pilota e per tutti. Anche per me, che non ho saputo trattenere le lacrime quando ho visto piangere uno dei piloti per cui tifavo da ragazzino.

Il week-end è stato davvero carico e mi riesce difficile condensare tutto in poche righe. La cosa assurda è che se cerco di utilizzare il metodo della tag cloud, le parole che ne escono sono quasi tutte negative: paura, tristezza, emozione, delusione, stanchezza. Eppure quello che provo, in questo momento, è esattamente agli antipodi. Non c’è più la paura per la caduta di Andrea Dovizioso in prova, che mi lascia il ricordo di un gran bel botto e della moto che vola verso di me, apparentemente inarrestabile.

Non c’è più la tristezza per il #Sic, che ora si è trasformata nel ricordo di una bellissima persona che solo per caso non è più tra noi. Resta l’emozione, quella sì, ma ormai sembra cancellata anche la delusione per il tonfo delle due Ducati, spazzate via senza complimenti a pochi metri dal via, mentre la stanchezza sfuma e affiora il ricordo delle belle serate trascorse da qualche parte a Valencia con i miei due nuovi amici, Matteo e Francesca, che ringrazio ancora per l’ospitalità e la cortesia.

Cosa mi resta di questa esperienza? Intanto l’inizio di un’analisi che spero di portare avanti anche dopo questa parentesi, ora che il “lavoro grosso” è stato fatto e che so come muovermi tra i vari account di piloti, tecnici, addetti ai lavori, influencer, tifosi, fan club, etc. Poi, soprattutto, la conferma di quella che per me era già una certezza: Twitter è decollato alla grande, in questo 2011, diventando a tutti gli effetti il social media principe per l’informazione. Nessun altro media è in grado di svolgere questo compito in modo così semplice e diretto. E’ l’inizio di una rivoluzione che cambierà presto il modo di fare informazione di tutti i media e a tutti i livelli, perché la richiesta di informazione non è mai satura e i livelli di dettaglio sin qui sperimentati sono ormai del tutto insufficienti.

La rivoluzione rappresentata dalla diretta, negli ultimi decenni del secolo scorso, è ben poca cosa rispetto alle potenzialità di uno strumento come Twitter. Siamo agli albori di un modo nuovo di offrire e fruire informazione e nozioni di qualsiasi genere, ma c’è ancora tanto da fare rispetto alla consapevolezza degli utenti delle sue grandi possibilità di utilizzo. In fondo però questo è un bene, per chi come me lavora per diffondere una cultura di questi nuovi mezzi che vada oltre la semplice consulenza, ma sappia davvero essere formazione e didattica.