Valencia by nightAtterro a Valencia poco dopo le 18 di un pomeriggio piovoso, da Milano alla Spagna, senza un solo brandello di sereno per tutte le due ore di volo, come al solito interminabili e ricche di stress e ansia, per me. Mi da fastidio ammetterlo, ma volare non mi piace per niente. Odio star chiuso dentro una scatola angusta di alluminio e non avere nulla sotto controllo, da quando i portelli dell’aeromobile si chiudono fino all’atterraggio. È l’apoteosi dell’impotenza, la più classica delle situazioni in cui non puoi neppure illuderti di essere padrone del tuo destino e lo abbandoni a un’interminabile filiera ipertecnologica, e al tempo stesso tragicamente umana, tipica di questa folle e incredibile civiltà avanzata. Siamo dei pazzi incoscienti, il volo in scatola è una delle prove inconfutabili.

Fuori dall’aeroporto i taxi non scarseggiano. Puliti, tutti uguali, ordinatamente in fila davanti all’uscita dello scalo internazionale, aspettano senza tirarti per la giacca e senza contendersi i pochi clienti. Il tragitto sino all’hotel non è lungo, ma la tariffa è di stampo latino, di quelle che ti fanno capire perché il taxi non lo usi quasi mai, né a casa né all’estero. Poco meno di trenta euro per qualche chilometro, compresa sovrattassa per la corsa dall’aeroporto. Il conducente durante il tragitto non dice una parola, io guardo fuori dal finestrino, dove il buio sta già abbracciando una città come centinaia di altre sparse per il mondo. Una città grande, da quello che vedo, piena di traffico e di svincoli, piena di gente che si sbriga a tornare a casa. Come ovunque nel mondo, a quest’ora del venerdì.

Tranquillizzo al telefono la mia compagna, la Fata Cucciola, dopo svariati minuti di smoccolamenti causati dalla temporanea incapacità del mio dispositivo mobile di agganciare una rete. Non mi aveva dato l’idea di essere particolarmente in ansia per il volo, ma già sapeva del mio arrivo a Valencia, dopo aver controllato sul web che l’aereo fosse atterrato senza problemi. Mi ama, questo lo so, ma riesce sempre a stupirmi un po’. Adesso penso al motivo per cui mi sono concesso l’ansia di due ore di volo, Ne vale la pena, certo. La Moto GP vista da dentro è un’emozione cui non si può rinunciare. Sono qui per studiare il mio social media preferito e il suo rapporto col mondo delle corse in moto, delle squadre, dei piloti, dei tifosi scatenati che seguono questo circo da tutto il mondo.

Una mission che mi riempie d’orgoglio, perché su Twitter ho scommesso sin da quando lo usavamo soltanto io, Rudy Bandiera e poche altre web victim come noi. Di questa scommessa debbo rendere merito proprio all’amico e collega Rudy, che qualche anno fa insistette a farmi creare il mio account: @Cla_Gagliardini. Eccomi qui, a Valencia, pronto per una due giorni di grande sport motoristico che ha molto da dire (ciao #Sic), e forse anche su questo strumento di informazione, condivisione e collaborazione.

In albergo mi accorgo ancora una volta di quanto questo mondo arranchi, fossilizzato in quegli anni ’80 – ’90 che ne hanno visto il massimo splendore. La massima utopia. L’hotel appartiene a una grande catena internazionale, di quelle che solo 15 anni fa rappresentavano uno standard e una garanzia. Peccato che ci siano rimaste incollate, a quel periodo. Nulla qui ha il sapore degli anni 2000, tanto meno la connessione a internet, che si paga a tempo, come se oggi il web potesse ancora rappresentare un optional. Il TV color Grundig con enorme tubo catodico e il phon di altri tempi, per di più installato fuori dal bagno, sulla scrivania, confermano la mia impressione. È un salto indietro nel tempo, in un periodo in cui si poteva solamente migliorare. Cosa che abbiamo fatto in modo esagerato, compulsivo.

Il mio “gancio a Valencia” non si fa sentire, alla TV non c’è nulla di interessante, niente che non sia in spagnolo, inglese, francese, tedesco. L’italiano non è minimamente contemplato, ovviamente. Non che mi dispiaccia più di tanto, ma è un’ulteriore conferma del fatto che in giro per il mondo ci ricordino solamente per pizza, mandolino e mafia. La noia mi devasta per qualche minuto. Debbo scrivere, ecco cosa. Debbo raccontare queste sensazioni, che scrivere è una delle poche cose che mi rilassano davvero. La doccia nella vasca da bagno non ci riuscirebbe. È una delle poche cose che mi fanno sentire davvero viziato, quella di detestare la doccia nella vasca.

Così scrivo. Scrivo mentre penso a domani, all’impegno che debbo portare a termine nel migliore dei modi. Ci credo davvero nel potenziale di Twitter e trovo che ci siano dei margini enormi nel suo utilizzo, ancora troppo elitario in Italia, dove tra l’altro se ne fa un uso abbastanza improprio, in molte occasioni. Per noi questo media è poco più che una chat, una gigantesca piazza virtuale in cui attaccare bottone con qualcuno e far passare il tempo, in attesa che il tam-tam ci porti qualche novità o spunto. Oppure una dose di pubblicità o di spam, come su tutti gli altri canali online e offline.

Sarà perché il mio lavoro mi porta ad analizzare a fondo i canali offerti dal web, ma non riesco a non stupirmi di quanto limitato sia l’utilizzo che da noi si fa di Twitter. Uno strumento sconvolgente e potentissimo utilizzato al minimo e con scarsa fantasia. Una valvola di sfogo collettiva, un gigantesco contenitore di pensieri sparsi e di polemiche gratuite. Molto spesso è così. Non che io sia tanto diverso dagli altri, ovviamente. Anch’io faccio pessimi usi di questo mezzo (chatto, spammo saluti collettivi, cazzeggio, twitto pensieri criptici e assolutamente personali), ma mi sforzo in ogni modo di comprenderne tutte le dinamiche e le opportunità, per poi offrire spunti alle aziende e ai professionisti cui faccio consulenza.

Cosa può fare Twitter per la gente? Ad esempio può essere una enciclopedica e globale fonte di notizie, perché su Twitter ciascuno di noi è media, tutti siamo editori di noi stessi e tutti possiamo informare chiunque sia interessato a sapere quello che facciamo, quello che vediamo, quello che sappiamo. Il sogno di Google, quello di essere in grado di dare qualunque tipo di informazioni, ma forse sarà invece Twitter a riuscirci. Come? Dando voce gratuitamente e in tempo reale a ciascuno di noi. Oggi è ancora difficile da vedere, questa prospettiva, ma credo davvero sarà così. I media mainstream sono troppo presi dalle notizie più importanti per preoccuparsi di darle tutte. I blog in parte lo fanno, ma non sempre in tempo reale. Twitter può farlo davvero.

Ecco cosa sono venuto a fare, qui. A dimostrare che il mio social media preferito è davvero il numero uno mondiale, in quanto a capacità di informare la gente. E’ un vero Information Network, fatto dalla gente per la gente, in cui le notizie possono davvero trovare la loro dimensione naturale e scorrere in rete come fiumi, alcuni più grandi e altri piccoli, o insignificanti, ma tutti pieni d’acqua, nei limiti della loro portata. Twitter Rulez!

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