All’aumentare della velocità della curva del progresso, inevitabilmente diminuisce l’età in cui a molti viene spontaneo pensare “era meglio ai miei tempi”. Quando ero ragazzino qualche anziano traduceva questo concetto in “si stava meglio quando si stava peggio”, ma in quel caso il dubbio che si trattasse di nostalgici della dittatura e del fascismo inquinava la percezione e il senso di quella normalissima reazione all’invecchiamento e all’incapacità di adeguarsi alle novità e al progresso.
Ora però c’è un fatto: molti di quelli che, spesso sbagliando decade di nascita, definiamo boomer, a maturare quel pensiero ci sono arrivati molto prima dei loro nonni e in modo assolutamente repentino, negli ultimi due anni. Io sono tra questi. Non che prima del 2020 non ci fossero abbondanti segnali di peggioramento e di decadenza, ma quello che è successo dalla Pandemia in avanti è oggettivamente clamoroso.
Certamente chi non ha vissuto gli Anni ’80 e ’90 non ha idea di cosa fossero il nostro Paese e l’Europa e buona parte del mondo in quell’epoca. Ovviamente stavamo mettendo le basi per tutti i drammatici problemi che sono poi esplosi in questi anni, anche se a dire la verità tutto ciò era già iniziato molto prima, ma a parte questo “peccato originale”, di cui purtroppo le generazioni future pagheranno caro il prezzo, in quel periodo si viveva decisamente bene, e comunque molto meglio di ora.
Non mi riferisco agli aspetti materiali, o al potere d’acquisto dei nostri stipendi o fatturati, ma al modo in cui vedevamo il mondo e ci relazionavamo con gli altri, ad esempio. Oppure alla libertà individuale percepita, nonostante servissero passaporti e cambio valute per andare pressoché ovunque, e il divario tra le classi sociali fosse comunque marcatissimo.
Da quando una certa UE, in cui non mi riconosco, ha iniziato a legiferare è cambiato tutto. Nel giro di un paio di decenni siamo passati, ad esempio, dall’eccesso di poter andare in autostrada a 200 all’ora senza cinture di sicurezza né casco ad un altro, in cui si perdono punti e soldi per aver ecceduto di qualche km/h limiti sempre più risibili in punti in cui i rischi sono minimi, oltre a infinite altre limitazioni e regole che ci stanno sempre più strizzando e inibendo.
Sia chiaro, le regole ci vogliono e la libertà che avevamo 30 o 40 anni fa era del tutto scriteriata, oltre che drammaticamente insostenibile, ma avremmo potuto intraprendere scelte e percorsi diversi, se non fossimo passati dal bengodi alla distopia.
Dove tutto questo ci stia portando è chiarissimo: pessimismo, depressione, problemi psicologici, disgregazione sociale, incapacità di comprensione e di visione delle cose. Qualcuno sostiene che sia in atto una sorta di robotizzazione del genere umano e che tutto questo ci porterà a diventare a tutti gli effetti delle macchine: incapaci di un pensiero autonomo ed elastico, regolatamente energivore, disponibili a sottoporsi a “tagliandi periodici” che ne attestino l’efficacia e la sicurezza, orientate alla performance , docili alla programmazione e all’indirizzo del pensiero e delle azioni.
Come si possa invertire questa china è difficile da suggerire, ma se c’è un obiettivo dal quale si deve ripartire quell’obiettivo è certamente la consapevolezza: di noi stessi, della società, del modello, del periodo storico in cui viviamo e, soprattutto, dell’evoluzione tecnologica, scientifica, economica e politica, per decifrare le traiettorie del passato e intuire quelle del presente e del futuro, per esserne quanto più possibile artefici, anziché subire passivamente le scelte che ci vengono imposte.

Foto di Lukas Baumert da Pixabay