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Net Set: quelli dell’internet nell’era dei #selfie

Claudio selfie dudeNet Set. Non ho idea se sia già stato utilizzato, questo improbabile neologismo, ma mi si è materializzato nella mente, pensando ai tanti eventi che “noialtri dell’internet” mettiamo in piedi e frequentiamo. Quando ci ritroviamo, in giro per l’Italia, siamo più o meno sempre gli stessi, ci conosciamo tutti e ognuno di noi è, a suo modo, un personaggio (un po’) popolare, un volto (un po’) noto. Quanto meno in relazione alla nostra nicchia.

Alcuni sono più ossessionati da questo aspetto e, in fondo, per la maggior parte di noi la visibilità rappresenta un valore importante, che va ben oltre il narcisismo o l’esibizionismo, che pure quasi tutti coltiviamo. Sia chiaro, non sono affatto convinto che tutti desiderino che quel po’ popolarità di nicchia si trasformi in vera celebrità ma, di fatto, quello che più o meno facciamo, in queste occasioni, talvolta prima e più che dedicarci al networking, è spararci un sacco di foto, con la (in)consapevole illusione che questo basti a moltiplicare la popolarità di tutti e di ciascuno.

In molti ci appelliamo a quella mirabolante disciplina che chiamiamo Personal Branding, quando qualcuno ci fa notare un eccesso di protagonismo, o la nostra ubiquità, o la nostra indomabile tendenza all’apparire. Ma dentro di noi, in fondo, lo sappiamo che si tratta della nostra indole e della nostra vocazione, oltre e piuttosto che di raffinate strategie di branding.

Premetto: sarò volutamente banale, nelle prossime righe. Questo post non vuole rappresentare in alcun modo un sermone, una predica o un pistolotto a caccia di like e consensi, ma una semplice e banalissima riflessione sul senso di quello che facciamo. Più o meno tutti noi, infatti, certe cose finiamo inevitabilmente per farle, quando ci incontriamo nella vita reale, dopo che per mesi ci leggiamo e interagiamo online, finendo per conoscerci come se lavorassimo nello stesso ufficio, o ci sedessimo insieme al bar tutte le sere.

Quando ci selfiamo tra noi, pratica che non disdegno affatto, lo ammetto (mi diverte un casino e faccio facce improbabili), c’è sempre qualcuno che favoleggia impennate del Klout, o valanghe di like, di commenti, di condivisioni. Ci sentiamo tutti un po’ VIP, forse, senza probabilmente renderci conto che è lo spread tra il numero delle selfie e quello delle foto scattate da terzi, a fare la differenza tra una star e una wannabe.

Un po’ ci crediamo, bisogna ammetterlo, ma il web è assai distante dai media offline, quanto a dinamiche di propagazione. Noi che ci sbattiamo la testa ogni giorno, per i nostri clienti e per noi stessi, dovremmo saperlo bene. Quel media poderoso che è la rete, in realtà è piuttosto una rete di reti, un dedalo di nicchie che si toccano, si incrociano o addirittura si sovrappongono. Sebbene queste nicchie ricevano spesso l’attenzione dei media mainstream, ben pochi di noi hanno l’opportunità di ottenere una popolarità che vada oltre la porzione di rete che tutti noi presidiamo, fino a toccare un pubblico più ampio.

Chiunque abbia una certa popolarità in rete, a parte rarissimi casi, è in realtà popolare su una piccola porzione dei canali sociali, quella in cui il Net Set si palesa e interagisce con gli addetti ai lavori, con le aziende e con una fetta di utenti appassionati di qualcuna delle nostre fissazioni da nerd. Nessuno ci riconosce o ci ferma per strada, se non in casi sporadici e a seguito di nostre incursioni in contesti più ampi, perché siamo apparsi in TV, o perché abbiamo pubblicato un libro o partecipato a qualche campagna di marketing di grande impatto e successo.

Ecco perché, riferendomi a “noialtri dell’internet”, e al nostro reciproco e costante riconoscimento di meriti, reali o presunti, che ci porta quasi a scambiarci autografi gli uni con gli altri, mi è venuto in mente il termine Net Set. Non è forse questo, ciò che siamo, in fondo? Un ristretto novero di “attori” della rete che, per certi versi, assomiglia, o si sforza di “scimmiottare” con determinate (fiss)azioni ben più blasonati consessi, assai più noti alle masse e da esse osannati.

Ci penso spesso a questo aspetto, chiedendomi quanti siano, tra noi, a pensare o a desiderare una fuga verso la vera celebrità, o ad illudersi che questo potrà mai accadere. Personalmente questo pensiero non mi ha mai sfiorato (e a dire la verità mi terrorizza, come troppe altre cose); ma, senza alcuna intenzione polemica e a puro titolo di riflessione, non posso fare a meno di rilevare una certa generalizzata tendenza a volare alto con la fantasia e con le ambizioni.

Non c’è nulla di male, ovviamente e, ribadisco, non è mia intenzione polemizzare o stigmatizzare alcun comportamento o tensione. Ciascuno è libero di tendere verso quello che vuole, ma credo sia giusto ragionarci su e tornare a sottolineare che, a distanza di anni, ormai, dall’epoca d’oro dei pionieri del web, l’utopia di essere “quelli che aprono una strada nuova”, gli evangelist, i pater familias di una stirpe di nuovi cittadini, smart e digitali, è ancora al palo di una società che tarda a recepire questa spinta innovativa. O che la recepisce a modo suo, declinandola su qualcosa che già conosce e da cui non si staccherà facilmente.

Guardiamo in faccia la realtà: fenomeni ormai massificati come quello del second screen, dimostrano chiaramente che cambiano gli strumenti e le possibilità, ma i riferimenti erano e restano quelli, per la gran parte degli utenti: sei famoso se passi la vita in TV e sui giornali, non se lavori in rete e se fai numeri(ni) importanti sui social media. Quei numeri, che “noialtri” guardiamo con ammirazione, non sono che briciole, rispetto ai numer(on)i che continuano a fare i media offline.

Certo, in futuro nessuno di questi media sarà più davvero offline, ma non sono affatto convinto che questo ci offrirà delle opportunità di vero accrescimento della popolarità. Ecco perché, pensando a “noialtri dell’internet”, non posso far altro che riferirmi ad un Net Set di nicchia, spiccatamente autoreferenziale e tendenzialmente narcisistico che, nonostante tutto, rappresenta il migliore dei mondi possibili per molti di noi.

Le nostre selfie, i nostri riti, i nostri eventi che si amplificano online e che, spesso, visti da fuori sembrano molto più grandi e più importanti di quanto in realtà talvolta non siano, rappresentano l’evoluzione naturale di quelli che la TV ci propina da decenni. Qualunque trasmissione TV, ci mostra una piccola (e costosissima) selezione di volti noti che fanno “la loro cosa” davanti a poche decine di spettatori, immersi in un piccolo studio di periferia, completamente fittizio. Gente di plastica in pasto alle masse, tra uno spot pubblicitario e l’altro.

Se non passassero in TV, quegli eventi, sarebbero di nessuna importanza e di nessun riscontro, ma “il grande bluff” della televisione li rende importanti, popolari e universalmente noti. Potenzialità che i nostri eventi nerdosi non avranno mai, forse soltanto perché siamo noi stessi a rinchiuderci in un ghetto e a declinare quasi tutti i nostri eventi verso un target di soli addetti ai lavori.

Eccola, dunque, la nostra forza e il nostro limite: “noialtri dell’internet” siamo a nostra volta una frammentatissima nicchia, ci facciamo forti della nostra appartenenza e ci diamo di gomito gli uni con gli altri, tenendo in piedi questo portentoso Net Set che ci porta verso un futuro che in pochi riusciamo davvero ad immaginare per quello che potrà essere davvero.

Sarà vera gloria? Se devo essere sincero, spero che i nostri posteri avranno di meglio da fare, piuttosto che sparare sentenze su chi, nonostante tutto, ha creduto e sperato di poter cambiare il mondo, di poter fare vera divulgazione e vera cultura digitale. Tra una selfie e l’altra, tra un panel e un workshop, tra gli abbracci, le strette di mano e i complimenti che in abbondanza ci dispensiamo. È forse soltanto questo che dovremmo davvero ricordarci l’un l’altro: non siamo qui per noi stessi, ma per una grande idea collettiva, che prescinde dalle nostre belle facce, dal nostro ego e dai nostri obiettivi personali.

Ecco perché ringrazio sempre chi si sbatte quotidianamente per darci occasioni di incontro, luoghi e palchi per fare del sano networking e anche per perseguire quella (sana) visibilità che faremmo bene a capitalizzare e a mettere a sistema, perché in questo gioco si può vincere solamente in un modo: facendo sinergia. Ma non è forse questo, in fondo, il vero messaggio delle nostre selfie e delle tante foto di gruppo?

#noialtridellinternet
#pensierisparsi

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Formazione in ambito web: come organizzare un corso

Negli ultimi mesi sto assistendo a ripetuti episodi in cui qualcuno, talvolta un’azienda del settore, talvolta un appassionato che vuole gettarsi nella mischia, altre volte aziende che fanno già formazione in altri ambiti, cerca di mettere in piedi un corso su una o più discipline del web.

Se vi guardate attorno, le occasioni di formazione per i mestieri della rete sono molteplici, ma in questa abbondanza il caos regna sovrano e incontrastato, purtroppo. Non è chiaro il livello dei corsi, non è chiaro cosa si imparerà e quali potranno essere le applicazioni concrete, non sono chiari gli ambiti, le materie, le prospettive del corso.

A parte qualche rara eccezione, sembra che la formazione sia percepita esclusivamente come occasione di business, diretto e indiretto, piuttosto che come vero momento di apprendimento per gli iscritti ai corsi.

Sia chiaro, non intendo spalare cacca addosso ai colleghi o alle aziende del settore che stanno facendo vera formazione e vero servizio, trasferendo competenze chiare e garantite da anni di lavoro nel settore e che curano in proprio tutta “la filiera”, dalla pianificazione del corso al piano d’insegnamento, al reperimento dei locali, ai docenti, alla promozione e alla raccolta delle iscrizioni, fino allo svolgimento delle lezioni.

C’è chi fa bene, come in tutti gli ambiti, ma si fa davvero fatica a capire a priori cosa sia utile e cosa sia poco interessante, troppo basilare o poco efficace. Soprattutto perché non è quasi mai semplice capire chi organizza e quali siano i suoi scopi, che possono andare dalla necessità di formare risorse interne e/o collaboratori, al desiderio di aprire nuove opportunità di business, alla generazione di leads, ovvero di possibili clienti che in seguito al corso ci affideranno dei lavori.

Mi chiamano spesso, per propormi delle docenze. Non ne faccio molte, a dire il vero, perché tendo a selezionare e ad evitare “proposte indecenti” e perché ho quel minimo di umiltà, di onestà intellettuale e di professionalità che serve a capire cosa sono in grado di affrontare e cosa no. Una percezione che non è altrettanto netta in molti di quelli che mi propongono ore in aula, purtroppo.

E, soprattutto negli ultimi mesi, il livello delle chiamate e dei referenti sta tragicamente peggiorando, fino al sopravvenire della necessità, da parte mia, di mettere mano ad un post di questo genere, presuntuoso ed “ingenuo” quel tanto che basta per farmi guadagnare qualche antipatia in giro, immagino.

Il titolo del post è ambizioso, lo ammetto. Ambizioso e anche lievemente fuorviante, perché questo articolo non è una vera guida all’organizzazione di un corso di formazione sulle materie del web, ma soltanto un accorato appello e un sincero consiglio a chi intenda improvvisarsi nell’organizzazione di un corso o anche di una sola giornata di studi o di approfondimento.

Un consiglio tanto banale quanto fondamentale: studiate la rete e le sue discipline, prima di inventarvi un corso. Tutte quelle sigle (SEO, SEA, SEM) a voi tendenzialmente oscure, abusate da noi addetti ai lavori e troppo spesso travisate anche da chi qualcosa ne sa, non sono keywords da sbandierare per farsi belli e per attirare iscritti, ma hanno un loro preciso background e un loro senso profondo. E sottendono ad ambiti formativi completamente diversi, taluni in campo umanistico, altri in ambiti matematici, per banalizzare.

Quanto alle definizioni meno criptiche (es. webmarketing), anche quelle nascondono trappole e insidie. Spesso stanno ad indicare “un tutto” impossibile da trattare in un solo corso. Ci sono master in marketing online che durano mesi, ad esempio, e che formano ottime risorse da primo impiego; come si fa a immaginare che 8 ore isolate possano trasferire delle competenze? Altre volte queste definizioni significano uno sfavillante nulla, impossibile da proporre come materia di studio. Altre ancora sono meri sinonimi, ed è improbabile impostarci sopra più moduli differenti tra loro.

Saperne è indispensabile e non si può attendere che siano i docenti, in sede di corso, a fare un minimo di chiarezza. Un programma di studi fatto con i piedi non porta altro che calci nel sedere e problemi, quindi non improvvisate mai e non copiate da altri, perché potreste incappare nell’esempio sbagliato.

Un piano di studi non può limitarsi ad una serie di titoli accattivanti, buoni soltanto per far visite in rete, ma deve essere ben articolato, spiegare nel dettaglio quali siano le materie trattate, quali gli insegnamenti, quale il livello e il senso del corso, per evitare che i docenti si trovino di fronte una massa informe di gente impossibile da armonizzare e da soddisfare in un solo corso.

Se state pensando di organizzare un corso che tratti materie che non sono le vostre, affidarvi ad un professionista del settore per la direzione, per la pianificazione e per l’individuazione dei docenti e del target è indispensabile e non è rinviabile a fasi successive dell’organizzazione o addirittura dell’erogazione del corso.

Da soli non ce la potete fare, a progettare un corso che sia degno di essere definito tale, quindi non risparmiate e ingaggiate immediatamente un professionista che dovrete pagare come si conviene per tutto il suo lavoro, senza pretendere (come talvolta accade) che questi anticipi a titolo gratuito il suo lavoro per essere pagato soltanto se il corso andrà a buon fine e se ci saranno iscritti in numero sufficiente per coprire i costi.

Altra nota dolente, sempre in ambito docenti, è l’errata convinzione che scegliere figure molto popolari in rete sia garanzia di successo e di iscrizioni. Non è così, fidatevi e, soprattutto, non lo è se il docente non è coinvolto in prima persona e a pagamento nella promozione del corso e nel reperimento degli iscritti.

Se volete “un nome”, tra i vostri docenti, la sola cosa che dovete fare è ingaggiarlo, anticipando una somma al momento del conferimento incarico, chiarendo da contratto i vostri e i suoi doveri e le penali dovute in caso essi vengano disattesi. Così come anticipate l’investimento promozionale per il corso, allo stesso modo dovete anticipare parte dell’ingaggio del docente, senza pretendere che questi sia disposto ad aspettare fino all’ultimo momento che ci sia il numero minimo di iscritti per l’erogazione del corso.

Dare una disponibilità di date, infatti, è un costo che non può e non deve essere a carico del docente. Fa parte del rischio d’impresa ed è a carico di chi organizza il corso, non di chi svolge le lezioni. Se credete che quel “nome” porti iscritti, coinvolgetelo sin dal primo momento nella promozione, riconoscendogli una percentuale su ciascuna iscrizione che lui avrà generato, perché se è vero che è nell’interesse dei docenti, che il corso abbia luogo, è anche vero che questi hanno dato a voi la loro disponibilità, rinunciando ad altre opportunità. Questo a un costo certo, non eventuale.

Quando contattate un possibile docente, dunque, se non siete un ente di livello, con una sua storia e se il corso che state erogando non è in qualche modo “istituzionale” e quindi garantito al 100% nella sua erogazione, dimenticatevi di pretendere pagamenti a 60 giorni o più senza un’adeguata caparra. E se pretendete che il docente si smuova per tirar dentro iscritti non dimenticate di offrire una fee, perché altrimenti non avete il diritto di pretendere null’altro che la sua presenza in aula il giorno stabilito.

La prima garanzia di successo è, come in tutte le cose, sapere bene cosa si sta facendo, essere addentro alle materie, comprendere che quando si parla di web si sta parlando di un’entità astratta e al tempo stesso immane, immensa, impossibile da circoscrivere in sigle, definizioni, definizioni o wiki.

Nessuno si sognerebbe mai di organizzare un generico corso di storia, o di matematica. Allo stesso modo è impossibile mettere in piedi un corso, per completo che sia, che spieghi la rete in tutti i suoi aspetti. I tuttologi non esistono, men che meno in rete. Ciascuno ha i suoi ambiti operativi e le proprie competenze e come tale va inserito nel contesto idoneo, senza pretendere che possa supplire a defezioni di colleghi che operano in ambiti diversi dal suo.

Un ultima riflessione: con la formazione è difficilissimo guadagnare. Ci si può fare business soltanto se si decide di renderla parte integrante dell’operatività e dei servizi offerti dall’azienda, perché servono decine di corsi prima di iniziare a guadagnare qualcosa, in seguito ad un lungo e complesso procedimento di ottimizzazione dei costi e delle risorse. Ammortizzare i costi iniziali non è semplice né rapido, quindi mettetevi l’anima in pace: i primi corsi che organizzerete saranno un bagno di sangue e rappresenteranno un investimento per il futuro, non un guadagno.

In bocca al lupo e buona formazione a tutti.

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Quando creare contenuti diventa arte

Rudy Bandiera Le MagnificheIl lavoro del Social Media Manager? Creare contenuti.” Credo che il 25/06 sarà ricordato da chi lavora in rete come una data storica. Oggi l’eterna lotta tra il mondo dei Social e quello della SEO ha toccato un nuovo apice, forse definitivo. Il mio amico e collega Rudy Bandiera ha voluto dire la sua e l’ha fatto usando la vera arma in più di noi “socialcosi”: la creatività.

E’ questa la vera differenza tra il grigio lavoro del SEO Specialist e i lustrini e le paillettes di quelli che invece “cazzeggiano” sui social media, sfruttando il “lato colorato” della rete. Certo, se si vuole avere successo online, non c’è un aspetto che davvero possa definirsi più importante degli altri. Per essere visibili in rete occorre lavorare su tutti i fronti, senza lasciare intentata nessuna strada.

Cosa che ovviamente non ha fatto lui, questo novello rapper emiliano che, incurante del giudizio dei troppi soloni della rete, continuamente a caccia di fuffa e di #fail, ha voluto cimentarsi in un video musicale dall’elevato potenziale virale. La parola alle immagini, dunque, alle #magnifiche che il buon Bandiera ha lanciato su Pinterest e al coraggio di questo vero e proprio guascone della rete.

P.S. Questo ipertatuato figuro è anche il mio testimone di nozze #sapevatelo