Mi piacerebbe tanto vivere in un mondo (più) giusto e so che non sono il solo a tenere a bada quest’utopia. Ecco, se c’è una cosa che credo davvero non abbondi, su questa terra, è proprio la giustizia. E per giustizia non intendo quella che (non) si pratica nei tribunali, perché quella non è giustizia; quello è semplicemente ciò che accade dopo e a causa di un’ingiustizia, un rimedio tardivo e goffo, il castigo dopo il delitto. Difficile da quantificare, difficile da applicare, quasi mai veramente giusto, o equo, o commisurato al danno per cui viene applicato. Non è giustizia, quella. La giustizia è una cosa più grande e più semplice, viene prima e dopo e durante tutto ed è la causa prima e ultima di tutto ciò che questo mondo dovrebbe essere. Un luogo di pace e di amore, un paradiso terrestre che ogni giorno continuiamo a rinnegare e a perdere, uccidendoci nei nostri paradossi e nelle nostre inutili illusioni.

Ma cos’è davvero giusto? Troppo difficile rispondere, meglio trovare altre strade, andare alla radice del male e dell’ingiustizia, lavorare a ritroso. Credo di poter affermare, tanto per sintetizzare, che l’origine di tutti i problemi di questo mondo sia da ricercarsi nell’invenzione dei soldi. Non che prima dei soldi la gente non si ammazzasse o non ci fossero ingiustizie e prevaricazioni, ma se a un certo punto della nostra storia questi peccati originali hanno trovato il modo di essere quasi del tutto sdoganati, di sicuro questa nefasta data coincide con quella dell’invenzione della moneta. Facile capire il perché: i soldi hanno ucciso qualsiasi residua opportunità di perseguire l’equità e l’armonia tra i popoli e la gente, riscrivendo nei secoli quasi tutte le leggi che la natura ci imponeva.

Cos’è l’equità? Fin troppo semplice: se una tribù formata da dieci individui ha venti razioni di cibo, è sommamente equo che tutti possano averne due da mangiare; è accettabile che alcuni ne abbiano tre, altri due, altri una, in base alle reciproche necessità; è iniquo che uno o più ne desiderino per se tre, o quattro, o più, perché certamente in questo modo qualcuno resterà senza mangiare. A quel tempo non c’erano i soldi, ma si praticava il baratto. Era parecchio equo, il baratto: io ho qualcosa da mangiare, tu qualcosa da vestire, se ci scambiamo un po’ di quel che abbiamo entrambi mangiamo ed entrambi ci ripariamo dal freddo. Semplice ed equo. Talmente semplice che, tanto per complicare le cose, qualcuno a un certo punto deve aver pensato che forse non tutte le cose potevano avere lo stesso valore e che se alcuni avevano tante cose uguali la loro capacità di baratto era smisurata e di conseguenza iniqua.

Pertanto quegli uomini semplici iniziarono ad attribuire differenti valori alle diverse cose, stabilendo che un pollo vivo poteva valere, che so, due pelli di bue, mentre uno morto solamente una, o che un gallo valesse tre galline. Ma chi poteva controllare tutto ciò? Chi garantiva il corretto svolgimento degli scambi? E ancor più: cosa accadeva se a me serviva un pollo e avevo da dare in cambio una pelle di bue, mentre tu avevi una cesta di bacche da scambiare, in cambio della mia pelle di bue? Era molto equo il baratto, ma forse troppo difficile per quegli uomini semplici, finché il meno semplice di loro deve aver detto: “Fratelli, ecco la soluzione! Questi sassolini levigati si chiameranno soldi, d’ora in poi, e ciascuno potrà comprarci ciò che vuole da chi vuole. Non è una grande soluzione?”

Lo fu, bisogna ammetterlo. Fu la più grande soluzione che l’uomo abbia mai inventato, la sola in grado di farlo competere con Dio, che infatti non gliela perdonò. Fu quello l’inizio di tutti i nostri mali, credete a me. Per quale motivo? Perché da allora l’uomo perse di vista i suoi bisogni e iniziò a rincorrere quasi esclusivamente i propri sogni, le proprie ambizioni più sfrenate, il suo naturale egoismo. Non ho idea di come si divisero quei primi sassolini; magari furono equi, nella prima distribuzione, oppure li misero in palio in qualche modo, è impossibile stabilirlo con certezza. Fatto sta che da quel momento in avanti tutto divenne sempre più complesso, sempre meno lineare ed equo.

Molti di voi staranno già pensando: eccolo qui, il solito comunista sfigato che sogna un mondo di figli dei fiori sfaticati e dediti all’ozio e alle droghe. Che male c’è nei soldi, sono così comodi? E poi perché ingiusti? Perché tu ne hai pochi e Mr. Berlusconi ne ha troppi? No, non è così. Intanto perché comunista non sono, poi perché il mio problema non è quello di non averne quanti Mr. B, le cui ricchezze non destano in me nessuna attrazione. Chissenefrega della ricchezza degli altri, il problema è che, almeno questo lo ammetterete, in un mondo dalle risorse finite, se c’è chi accumula c’è di certo anche chi muore di fame, e questo è oggettivamente ingiusto. Cosa c’è di ingiusto nei soldi? Intanto che hanno privato le cose del proprio valore naturale, attribuendo una nuova scala di valori del tutto arbitraria e terribilmente instabile. Quanto costa un pasto? Da cosa è determinato il suo valore di mercato?

In un mondo (più) giusto, ogni supermercato dovrebbe avere un “menù del giorno” a pochi centesimi di euro, fatto di tutto quanto abbonda e non costa in termini di trasporto e di lavorazione, ad esempio, e tutto il resto a prezzi astronomici, che tengano conto di tutto il danno che il loro reperimento e la loro conservazione comportano alla società. Così non è, e quei costi vengono invece scaricati sull’ambiente e sui più poveri, quelli che muoiono al posto nostro. Perché avviene questo? Perché qualcuno ci guadagna, è ovvio (non la maggior parte di noi). Quanto costa un pasto nella vita reale? Da un minimo di qualche centesimo di euro a un massimo di qualche migliaio, ma ben poca di questa differenza è attribuibile a fattori legati ai principi di equità.

Costa relativamente poco un pasto cucinato in casa, cosa folle in termini di sostenibilità, perché cucinare in una mensa per decine di commensali costa lo stesso impiego di energia e molto meno in termini di forza lavoro. E invece certi ristoranti presentano conti da capogiro per i più svariati motivi, quasi nessuno dei quali effettivamente legato al valore di quanto si sta offrendo o al suo costo di produzione. Utilizzano ingredienti di primissima scelta? Non sempre. Hanno personale dalle grandissime capacità? Molto spesso sì, ma in base a quali criteri? Perché utilizzano al meglio la materia prima? Perché sanno presentare in modo coreografico i loro piatti? Perché sono chef “stellati” di fama internazionale? Perché per lo stesso menù un ristorante mi fa pagare 40 euro e un altro 400? Maledetti soldi…

Eccola qui, la colpa dei soldi. Hanno reso il mercato più libero e la gente più disonesta e avida. Le cose non valgono più “quanto valgono”, ma quanto la gente è disposta a dare per averle, ovvero quanto tu gli avrai fatto credere che valgano nei modi più svariati e costosi, ad esempio attraverso la pubblicità. È vero, fa parte della natura stessa dell’uomo, quella di trasformare i sogni in bisogni. Ma la pubblicità è la madre di tutte le esagerazioni, la causa e l’effetto, l’alfa e l’omega di un modello di sviluppo basato sull’accumulo di capitali e di beni materiali. I soldi muovono il mondo, creano i problemi e le soluzioni, danno il brivido proibito dell’avere a chi proprio non riesce a essere.

E così ci ritroviamo i frigoriferi pieni, spendendo vere fortune in generi di conforto, e poi spendiamo altri soldi in palestra, dal dietologo o dal chirurgo plastico, per riparare i danni. Che senso ha tutto questo? Per non parlare poi di cosa sono i soldi, al giorno d’oggi: pura finzione! I soldi veri, di carta o di metallo che vediamo in giro, non sono che la microscopica punta di un gigantesco iceberg fatto di soldi virtuali, quelli che leggiamo sugli estratti dei nostri conti correnti ma che non esistono nella realtà. Sono solo movimenti da un conto all’altro, numeri, tracce, pura invenzione. Un’invenzione che solamente le banche possono brevettare e che ormai è svincolata da qualsiasi garanzia o contropartita in oro o preziosi di qualsiasi genere.

Uccidi i soldi e avrai ucciso quasi del tutto l’ingiustizia. Dite che esagero?