Lo scetticismo verso la scienza, il progresso e la tecnologia non è un fenomeno moderno e non nasce con la Pandemia Covid né con l’esplosione di tesi complottistiche degli ultimi anni. Se un tempo le teorie scientifiche più all’avanguardia si scontravano prevalentemente con i dogmi religiosi, con l’oscurantismo e con il tradizionalismo, tuttavia, oggi è prevalentemente il rapporto tra scienza, business e politica a generare in molti scetticismo e sospetto, se non addirittura sfiducia.
L’avvento del Covid ha reso questa criticità ancora più drammatica, perché ciò che fino al 2020 era stato gestito in modo più o meno efficace, sia dalle istituzioni che dalle aziende, così come dagli esperti e dai comunicatori, con l’avvento dell’emergenza Covid è letteralmente sfuggito di mano ed esploso.
Un ruolo importante in questa tempesta perfetta di pessima comunicazione l’hanno avuto i social media, o meglio il modo in cui essi sono stati utilizzati sia dalle singole persone che dalle organizzazioni, aziende e istituzioni. La scienza, infatti, mal si presta ad una comunicazione in tempo reale, non è facile da sintetizzare e da semplificare e, soprattutto, non è alla portata di tutti. Peggio ancora: nessuna tesi scientifica è argomentabile in modo assoluto, definitivo e dogmatico. La scienza è infatti l’esatto contrario della fede e del dogma; è materia viva, dinamica, in continua evoluzione ed ogni sua applicazione può al massimo “fossilizzarla” in un prodotto o una tecnologia, che nel tempo diverranno obsoleti e lasceranno spazio ai frutti di nuove scoperte e di nuove applicazioni.
Se in questi anni il numero di scettici e di oppositori di tale visione della scienza è aumentato a dismisura lo si deve prevalentemente a questo, ovvero al pessimo modo in cui è stata comunicata la Pandemia e le politiche di contrasto messe in campo dalle istituzioni sanitarie e dai governi.
Più che comunicare in troppi hanno poi fatto marketing, cercando di far breccia nella testa della gente con slogan, anziché con evidenze scientifiche e con l’illustrazione coerente delle scelte fatte e delle loro ricadute e conseguenze. La campagna vaccinale è stata condotta in modo talmente pressante da apparire come uno spot alle aziende coinvolte e, al tempo stesso, come una sorta di guerra santa contro i no-vax e i complottisti, che sono stati violentemente additati come untori e come portatori di tesi pericolose e sovversive.
Quelle che erano mere scelte politiche (lockdown, coprifuoco, green pass, etc.) sono inoltre state comunicate come strategie sanitarie, con la conseguenza che in molti hanno facilmente colto la dissonanza e si sono uniti al coro dei contestatori più estremi ed ideologici. Del resto quando la scienza è inquinata dalla politica e dal business diventa essa stessa ideologia e, per quanto bene la si possa comunicare – ed è stata invece comunicata in modo pessimo -, i più accorti non faticheranno a cogliere lo slittamento da un piano all’altro.
Ma la Caporetto comunicativa della Pandemia è andata ben oltre questi già gravi errori. Se la piaga infodemica è riuscita a colpire in modo così massiccio e pervasivo è perché l’abbondanza di media e la loro evidente strumentalizzazione ha determinato una costante proliferazione di contenuti, di notizie, di opinioni, di scoop più o meno attendibili e di dibattiti viziati nella forma e nell’essenza. In tutti i contesti si è oltretutto permesso che le voci più autorevoli si mischiassero a quelle di individui cui in passato non sarebbe stata data nessuna rilevanza.
Ma benché le famose “legioni di imbecilli”, cui fece riferimento Umberto Eco, abbiano avuto il loro ruolo e le loro colpe, il danno più grave è stato fatto proprio dagli esperti più quotati e da quelle autorevoli voci che, mandate allo sbaraglio nel caos comunicativo dei media mainstream, non hanno saputo comunicare nel modo corretto e/o credibile le proprie conoscenze, finendo così per diventare i nemici giurati di chiunque osasse dubitare delle loro parole e competenze.
Gli studi televisivi si sono trasformate in arene in cui giustiziare mediaticamente i non allineati, gettando nella stessa abominevole mischia scienziati, giornalisti, politici, VIP e i personaggi che di volta in volta assurgevano agli onori della cronaca per azioni o esternazioni spesso improvvide o addirittura deliranti. Ciò che non passava in tv, oltre alle repliche a ciò che invece veniva trasmesso, diventava poi regolarmente oggetto di post sui canali social di giornali, giornalisti, esperti, VIP e semplici cittadini e utenti della Rete, in un costante susseguirsi di opinioni e tesi in cui era assolutamente impossibile far ordine.
La scienza, o per meglio dire i suoi frutti (vaccini, cure, strategie sanitarie), è stata così degradata a show e sacrificata sugli altari dell’audience e del business. Gli scienziati usati come testimonial e come grandi accusatori di chi dubitava o si opponeva. I giornalisti come meri amplificatori, poveri di domande e abbondantemente dotati di incenso da profondere sulle voci amiche e di zolfo con cui ricoprire chiunque portasse opinioni non allineate o ponesse dei dubbi. Tutto questo perché, dando credito alle posizioni istituzionali, lo stato di emergenza imponeva un unico verbo e una sola strada da percorrere, tutti insieme e senza alcun tentennamento, che però è stata comunicata e proposta come una mera imposizione, anziché come il frutto prezioso e salvifico del lavoro di analisti, specialisti e strateghi della sanità.
È questo lo scempio che prelude alla campagna elettorale più ripugnante e ridicola della storia italiana. Una sorta di sciacquone che disperderà nelle fogne non i personaggi che hanno compiuto o reso possibile una tale devastazione, bensì le loro colpe e le loro malefatte, restituendoci un nuovo – e al tempo stesso vecchio – establishment, che con ogni probabilità non si adopererà per far luce sul buco nero dell’infodemia e della pessima comunicazione della Pandemia, ma che cercherà in ogni modo di giustificarla, se non addirittura di incensarla. Un danno enorme e difficilmente riparabile, che allontana molti dalla scienza, dalla medicina e dalle istituzioni, incapaci di gestire uno dei beni più preziosi di questo secolo e della storia intera: la comunicazione.

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