Non sono qui per predicare boicottaggi alle aziende o astensioni e scioperi dei consumatori (benché a volte necessari e spesso utili), ma ribadisco l’urgenza di “educare” la gente ad un consumo critico, sostenibile, responsabile e consapevole, che tenga conto del ruolo fondamentale del cittadino/consumatore in una società che deve fare un definitivo passo in avanti verso il futuro (o rassegnarsi ad un inevitabile declino).

Credo che consumare responsabilmente significhi innanzitutto essere consapevoli che ciascuno di noi porta in tasca e nel portafogli un’arma devastante e pericolosa, l’unica che ci è concesso portare in giro senza alcun porto d’armi, ma non per questo meno micidiale delle altre: il denaro. Non sono il demonio, i soldi, ma gli assomigliano molto e come lui istigano e “tentano” ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo ad un consumismo eccessivo, sfrenato e dissennato, tale da incrementare un sistema basato sulla crescita esponenziale e sul mantenimento di un trend positivo che non può essere infinito. Un sistema cui non basta il mantenimento di determinati livelli e standard (sostenibili e durevoli) ma che, per sua stessa natura, è obbligato a giocare sempre e soltanto al rialzo. È per questo che i cambiamenti e l’accelerazione registrati negli ultimi duecento anni non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli fatti nella storia plurimillenaria dell’essere umano (in realtà più che di migliaia si parla di milioni di anni).

Dalla rivoluzione industriale in avanti, infatti, il progresso, che fino ad allora aveva avuto maggiori contatti ed affinità con la cultura, con il “pensiero” e con la scienza, ha sposato definitivamente l’economia ed il capitalismo consumistico e da questi si è fatto traviare. Né è così risultata un’accelerazione repentina e violenta che ha ridotto le distanze, bruciato le tappe e trasformato un insieme armonico di società evolute e raffinate in una tribù globale (globalizzata) e tecnologica che calpesta tutto ciò che non le si assoggetta e che fagocita tutto ciò che la circonda.

Sembra un sistema impossibile da sovvertire, ma in realtà è molto più debole e precario di quanto non si sforzi di apparire (basta uno sciopero di pochi giorni degli autotrasportatori, ad esempio, per accorgersene); la sua sopravvivenza, infatti, è legata ai comportamenti quotidiani delle centinaia di milioni di individui che lo compongono e ad essi dimostra molta minor deferenza e rispetto di quanto non dovrebbe. Un ottimo esempio al riguardo, in Italia (e non solo), è rappresentato dall’introduzione dell’Euro e dalle sue drammatiche conseguenze in termini di potere d’acquisto. Un ottimo esempio perché ha dimostrato con chiarezza quanto sia in assoluto difficile comprendere le dinamiche ed il significato dei prezzi. Se fosse vero, infatti, che “massificando” i consumi si potessero gestire i costi dei prodotti e dei servizi e, ancor più, che le produzioni a maggior tasso di tecnologia sono le più soggette a questa dinamica (un nuovo prodotto tecnologico alla sua immissione sul mercato ha prezzi proibitivi, poi subisce un calo deciso e costante sino al suo ritiro dal mercato a favore della generazione successiva del prodotto stesso), come si spiegano le clamorose oscillazioni dei prodotti alimentari, della verdura, delle materie prime (che, anzi, al miglioramento delle tecnologie produttive dovrebbero calare)? La risposta è semplice e ovvia: i costi delle merci, una volta approdati ad un sistema complesso come quello della Comunità Europea, ad esempio, non rispecchiano più il loro reale valore e la contingenza del momento (cattive stagioni, scarsa disponibilità, fattori distributivi, etc.), quindi una serie di fattori microeconomici propri del territorio, ma variano in funzione di scostamenti macroeconomici su scala globale e seguono meccaniche e modalità imposte dalla politica, dagli accordi internazionali, dalle incentivazioni e disincentivazioni imposte a monte.

Ecco perché i nostri soldi rappresentano un’arma, dunque. Ed ecco perché il sistema internazionale, per farci “rigare dritto” ha bisogno di sostituire (o di integrare) l’antico “ricatto” della divinità che ci osserva e ci giudica dall’alto con un più moderno spauracchio fatto di terrorismo internazionale, di “stati canaglia” e di armi non convenzionali (che possono colpirci da subito e dal basso…) per distoglierci da considerazioni ovvie, semplici e pericolose e per istigarci al consumo sfrenato come unica via di salvezza per una società che voglia mantenere inalterati o addirittura migliorare i suoi standard ed i privilegi acquisiti.

Quello che mi sento di chiedere alla società civile è uno sforzo di lucidità e di lungimiranza tesi non al rifiuto del sistema, ma bensì alla formulazione di una risposta chiara e decisa, quanto più possibile univoca ed improntata al raggiungimento di quel modello equo e sostenibile che dovrebbe affermarsi da solo nelle (pigre) coscienze, non dover essere sollecitato da terzi. Ritengo urgente riaffermare il predominio della società e della cultura sulla politica e della politica sull’economia, nonché del locale sul nazionale e del nazionale sull’internazionale e sul globale, ristabilendo una scala di valori che, dal basso delle piccole comunità, possa salire in alto e “guidare” la politica mondiale verso scelte difficili, spesso impopolari, ma ormai improrogabili. La mia idea della società esula e si distacca da una visione globale (globalizzante) in cui tutti sono cittadini e consumatori e tutti (sulla carta) sono uguali, senza distinzione alcuna e senza alcun discrimine. La nostra società è costituita da un insieme di comunità eterogenee che riaffermano quotidianamente le proprie diversità quale punto di forza e di aggregazione, non come un limite o un disagio. Non mi sembra sbagliato, in se, che a Roma ci siano ristoranti orientali, fast food americani o kebabberie africane; mi sembra terribilmente sbagliato, invece, e niente affatto “sostenibile”, che a Roma non ci siano più le vecchie osterie tipiche, con i vini dei castelli e la porchetta, i negozietti e le botteghe degli artigiani locali!

Sarebbe costruttivo fare una piccola prova, tanto per vedere come reagisce “il sistema”: smettere di comprare per almeno un mese tutti i prodotti che fanno pubblicità in televisione (ovvero quasi tutti) e lasciarli lì ad aspettare giorni migliori, sugli scaffali dei supermercati non si tratta di un vero e proprio boicottaggio (cui sono fortemente contrario, come già scritto) ma di un esperimento per capire quanto noi tutti siamo fondamentali per la sopravvivenza di questo modello di sviluppo e di questa società! Peccato che sia facile parlarne e difficile attuarlo, ma sarebbe davvero importante poter provare. Riflettiamoci su…