Anno 2020, uno di quelli tondi (e oltretutto bisestili) che ti fanno pensare che debbano per forza essere in qualche modo importanti, se non addirittura decisivi. Per quel che riguarda la mia professione il VentiVenti potrebbe anche esserlo, visto che molte nuove tecnologie sembrano ormai mature per dare il meglio di sé, ma sono fermamente convinto che anche nell’universo della comunicazione e dei media stia accadendo in questi anni qualcosa che avrà un impatto importante.

Da non nativo digitale mi viene spontaneo guardare il panorama dei media da un punto d’osservazione che non è lo stesso delle ultime generazioni, quelle del web e dei social media. Uno sguardo, il mio, che necessariamente parte da più lontano e che abbraccia porzioni più vaste di nozioni e di informazioni su quelli che un tempo erano definiti media offline, o tradizionali.

Sarà per questo che ho notato un interessante parallelismo tra l’evoluzione della televisione e quella dei social media, a partire dall’inizio del XXI secolo, i cui primi due decenni sono stati caratterizzati dall’affermarsi di due trend televisivi (e culturali) assai pervasivi: quello dei reality show, sperimentati su scala locale a più riprese già dagli Anni ’60 e poi esplosi a carattere globale con il fortunato format “Big Brother” dell’olandese John de Mol (prima edizione nei Paesi Bassi nel 1999), e successivamente quello dei talent show.

In quello stesso periodo la “cultura” dei reality passò anche attraverso un fortunato film del 1998, “The Truman Show“, candidato a tre Premi Oscar nel 1999, in cui l’attore Jim Carrey interpreta il protagonista di un talent show che inizia dalla sua nascita e che va avanti per anni, fino alla scoperta da parte dell’ormai trentenne Truman Burbank di essere su un gigantesco set televisivo, anziché nel mondo reale.

Chi era adolescente o ragazzo nell’epoca d’oro dei reality sa bene quanto questi (Grande Fratello in testa) abbiano influito sulla sua generazione. Sebbene la maggior parte dei protagonisti di quella scena sia ormai finita nel dimenticatoio, o al più riesumata per scialbe comparsate o revival, in quei primi scampoli del nuovo millennio i ragazzi dei reality facevano tendenza, creavano emulazione, davano l’illusione che da quei trampolini si potesse spiccare il volo verso la celebrità e il successo.

Non solo. L’ondata dei reality, che pure qualcuno dei suoi protagonisti è riuscito a collocarlo davvero nel business della televisione e dello spettacolo, ha creato il falso mito secondo cui, per emergere, non fosse necessario alcun requisito se non quello di apparire ripetutamente in TV. Questo, secondo alcuni, sarebbe stato sufficiente per diventare popolare e raccogliere applausi e fan, semplicemente vivendo la propria esistenza davanti alle telecamere, mostrandosi senza timidezza e senza filtri (o almeno facendo credere che sia davvero così).

Se nella terra del creatore del Grande Fratello questo spettacolo non è andato oltre le sei stagioni, lo show di de Mol è sbarcato negli anni in oltre 40 Paesi al mondo, toccando tutti i continenti. Qui in Italia, dove ai format di successo ci affezioniamo più che altrove (vedi il caso limite della soap opera Beautiful) siamo già arrivati a 16 edizioni, cui si sommano 4 edizioni VIP e infiniti “speciali” TV. Ma i record di ascolto della prima edizione sono lontanissimi: dai quasi 10 milioni di spettatori del 2000 si è scesi in 20 anni a poco più di 3.

Nel frattempo si sono imposti il web, i social media, gli smartphone, le app, che hanno tolto fisiologicamente spettatori alla TV ma, soprattutto hanno contribuito ad un sostanziale cambiamento di gusti, aspettative e tempistiche di fruizione. Le prime piattaforme che hanno avuto successo in Rete, tuttavia, sono nate proprio nell’era dei reality show ed è a quella generazione di ragazzi che verosimilmente (e in modo più o meno scientifico e consapevole) si sono rivolte.

Stiamo parlando di social come MySpace, creata da Tom Anderson e lanciata nel 2003, ma soprattutto di Facebook, voluta da Mark Zuckerberg e avviata l’anno successivo, per arrivare in pochi anni ad un successo a carattere globale che dura ancora oggi, anche se negli anni l’età media degli utenti si è innalzata, vedendo scomparire dalla piattaforma adolescenti e giovanissimi.

Quella prima ondata di piattaforme rispecchiava per molti versi l’edonismo scanzonato della prima generazione di ragazzi che si affacciavano alla Rete e che, nella maggior parte dei casi, non mettevano in evidenza altro che sé stessi: i propri gusti, le proprie passioni, i propri idoli, i propri pensieri. Niente di particolarmente diverso da ciò che avveniva in TV nei reality, anche se MySpace era stata originariamente creata per dare spazio a musicisti e band emergenti, oltre che ai loro fan.

Non è un caso, io credo, se ad arrivare ad un successo duraturo sia stata proprio Facebook. Una piattaforma perfetta per la “generazione reality”, che qui ha trovato un modo nuovo per gestire relazioni e per mettersi in mostra, condividendo i propri successi, le proprie vacanze, i propri eccessi e i propri pensieri.

Questa prima fase non ha avuto però vita lunga. All’alba della seconda decade del nuovo millennio i reality show sono stati soppiantati da una nuova generazione di spettacoli televisivi a carattere globale, che nel corso degli Anni ’10 hanno preso rapidamente piede ovunque: i talent show.

Benché le singole edizioni nazionali o locali di questi spettacoli siano più o meno coetanee di Big Brother (ad esempio Pop Idol – 2001 e The X Factor – 2004 in UK, American Idol – 2002 negli USA, Amici di Maria de Filippi – 2001 in Italia), è soltanto a partire dalla proliferazione a carattere internazionale che questi nuovi format hanno preso definitivamente quota presso il grande pubblico televisivo di ogni età.

In Italia “X Factor” è arrivato nel 2008 insieme a “Ti lascio una canzone”, seguiti nel 2009 da “Italia’s Got Talent“; prima di loro “Ballando con le stelle” (2005) e molto dopo “MasterChef Italia” nel 2011, “Tale e Quale Show” nel 2012, “The Voice of Italy” nel 2013 e molti altri, che hanno ottenuto meno successo in termini di audience e di durata ma che hanno contribuito all’affermazione del genere.

Non è un caso, a mio avviso, che proprio in quest’epoca siano nate nuove tipologie di piattaforme social: ad esempio Snapchat, nel 2011, e musical.ly, nel 2014, poi diventata nel 2018 TikTok. Piattaforme che nascono come app, anziché diventarlo com’era accaduto a quelle che le avevano precedute, e che stanno cambiando in modo netto l’intero panorama dei social media.

Si tratta di piattaforme relativamente semplici da usare, che consentono di ottenere contenuti insoliti, creativi, diversi da quelli cui eravamo sino ad allora abituati. Su questi canali le interazioni nascono e si sviluppano in molte diverse modalità, che non necessariamente partono dalla reale conoscenza tra le persone coinvolte e che spesso danno origine a interazioni e collaborazioni nella creazione dei contenuti.

Se la generazione Facebook era dunque quella dei reality show, a TikTok appartiene in modo inequivocabile quella dei talent, in cui l’iniziale esibizionismo della prima generazione di utenti social, meramente edonistico ed estemporaneo, diventa esaltazione delle capacità e del talento, vero, millantato o simulato che sia.

Qualcosa cui prima di TikTok ci aveva abituati soltanto YouTube, che a partire dalla seconda metà degli Anni ’10 aveva già messo in luce numerosi talenti, poi assorbiti dalle radio e dalle TV nazionali. Gente come ClioMakeUp, Frank Matano, CutiePieMarzia, Favij, Camihawke, Fabio Rovazzi, Tess Masazza e molti altri.

Stelle del web, poi diventate vere celebrità mediatiche, che hanno fatto da apripista a piattaforme più semplici da utilizzare, sulle quali poter mettere in evidenza non più soltanto il proprio aspetto fisico o le proprie vacanze e avventure, ma la propria voglia di mettersi in gioco e le proprie abilità.

Ovviamente la differenza tra le star di YouTube e quelle di TikTok è spesso abissale. I trend della piattaforma cinese e i suoi effetti consentono a chiunque di ottenere risultati interessanti o addirittura spettacolari senza nessun talento, mentre su YouTube occorre profondere farina del proprio sacco, capacità, competenze e idee per trasformare un mero spazio mediatico in uno spettacolo.

Qualcosa che ricorda molto da vicino la differenza tra il teatro, la danza e altre forme di spettacolo svolte in forma professionale e le emulazioni messe in scena da animatori e ospiti nei villaggi turistici, dove l’atmosfera scanzonata, l’attrezzatura e i costumi sopperiscono ai limiti dei protagonisti.

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