Pubblicato sulla fanzine di giugno di deadskyline

Sono uno ragionevole, io! La uso molto la ragione, io. Sono uno razionale, non freddo, ci mancherebbe, ma tuttavia assai più propenso a seguire il ragionamento che i sentimenti o le passioni. Forse si tratta soltanto di una logica conseguenza del ragionare stesso. La ragione è una, le passioni e i sentimenti sono tanti, troppi, spesso controversi, contorti, intricati, perversi. Irrazionali, ecco. Sentimenti e passioni sono troppo spesso irrazionali, istintivi, lascivi. Quasi animaleschi. Primari, basilari, volgari. Anche un po’ banali, a volte. E infatti si prestano a letteratura e TV spazzatura meglio di qualsiasi altro tema.

No, davvero. La ragione è tutt’altro affare. La ragione è star lì a riflettere, a meditare. Magari con un buon calice di Sagrantino di Montefalco in mano, di Recioto, di Vin Santo… del Porto, casomai. E poi non ragionare più, sragionare, bersi il cervello in un sorso con tanto di cantucci e ciambelline. Eccola lì, la mia ragione, persa dentro un calice che emana fragranze e profumi.

Soltanto un’eccezione, la regola resta quella. Ragione e buon senso, quello che gli inglesi chiamano “common sense”, perché evidentemente lì da loro è comune a tutti. Non come qui da noi. Noi abbiamo le grandi passioni, i sentimenti forti, l’accanimento. Passion lives here… Noi siamo un popolo di artisti, di santi, di navigatori distratti e di consumatori appassionati, sempre pronti a spegnere i lumi di quella stramaledetta ragione e ad infiammare il cuore. Per chicchessia, per qualsiasi cosa, per ogni minima tendenza o moda. Quasi tutti, non io. Io no, io non ci casco. E se ci casco è per strappare a morsi quella regola infame che da sempre mi guida, come se fossi un frate. Un monaco.

Uno di quelli sempre immersi nei libri, presi nel ragionamento, nella filosofia, nella teologia. Una religione, ecco. Questo è per me la ragione. La messa me la dico da solo, nelle quattro pareti del cervello, senza incensi fetidi né litanie, senza ostensioni, senza alcun rituale. Una messa recitata a braccio, giorno dopo giorno. Ma non sono un prete, quello no. Tutt’altro. Sono l’ingranaggio preciso tra le schegge impazzite, sono la luce di una candela nel buio più pesto, sono il timone, il pilota, la guida.

E a volte guido in stato di ebrezza, ma senza alcun pericolo, no. L’ebrezza della ragione non produce danni, purché non s’immischi nei guazzabugli della passione e non rovisti nei cassetti dei sentimenti, sempre stracolmi e disordinati, sempre ridondanti, ricolmi e patetici. Dio me ne scampi! Sarebbe come rinnegare me stesso e la mia fede, tradire il mio ego più profondo, abiurare, sconfessare anni di ragionamento raffinato e profondo, anni di studio e di impegno, anni di nobilissima austerità in cui nulla ho lasciato al vuoto piacere e nulla mi sono concesso.

Nulla che non fosse ragionevolmente contemplabile. Nulla che non fosse ineccepibilmente lecito. Nulla di nulla, niente, come se non lo avessi meritato, merda. Come se non mi fosse dovuto, a me, così solennemente retto e ligio e probo, onesto fino alla miseria, lineare e sobrio, compito, scevro da tentennamenti e da sussulti, così parco e morigerato da sembrare un prete rinsecchito, una insulsa bigotta, un ebete senza pulsioni, una larva ignobile per Dio!

Ecco, è successo di nuovo. Ragiono e mi perdo, mi strazio nei nei meandri e nei binari della mia immarcescibile razionalità e talvolta deraglio, pur senza volerlo. La ragione è sempre lì, vigile e accesa, ma c’è una parte di me che tira altrove, oltre quegli steccati, oltre quel muro che sfiora il cielo e lo confina ad un imprecisabile “di sopra”, ad un invalicabile “di là”. Io resto qui. Sereno, imperturbabile, rassegnato alla mia netta inclinazione, perso nei labirinti della mente. Lei viaggia, corre, gira talmente veloce e vorticosa da rimanere ferma, inchiodata, affossata.

E in tanta lucida razionalità mi sento cullato e mi compiaccio. Non sono bello ma mi accetto, non ho grandi doti ma sono me stesso, né ricco né povero, né peggio né meglio. Diverso, quello sì. Diverso e orgoglioso. Seppure tentato. Seppure attratto. Seppure maledettamente curioso di quella parte repressa di me, di quei non detto, di quei non fatto, di quei dannati non si può… MERDA!